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1 settembre 2012

Partire o non partire?




In una valle del Ladakh vivono oltre cento famiglie di pastori nomadi. O, meglio: vivevano. Perché stanno andando via. Attratti dal miraggio della vita di città e respinti dalle difficoltà della montagna, poco a poco, una famiglia dopo l’altra, scendono a valle. Si trasferiscono nella capitale, Leh, dove perlopiù diventano muratori o manovali.

Fanno questa scelta per stare più vicini ai figli, che hanno già rifiutato la vita nomade per inseguire l’illusione della comodità, del progresso, di uno status che gli conferisca maggior riconoscimento sociale. Ma il volersi ricongiungere ai figli getta questi pastori nomadi in una contraddizione: se prima li avevano lontani ma potevano aiutarli anche economicamente, ora che li hanno vicini finiscono per dipendere da loro.
Per abbandonare la vita da nomadi, infatti, i pastori sono costretti a vendere tutto il loro bestiame. In blocco, sottostando alle condizioni dei mercanti e della stagione. In questo modo si tagliano qualsivoglia possibilità di fare marcia indietro.
L’esodo verso la città promette quindi un futuro di alienazione, oltre che di perdita d’identità.

Questa storia è raccontata ne La nuit nomade, lungometraggio di Marianne Chaud, giovane documentarista che ha trascorso molti mesi tra le montagne nel nord dell’India. Ha studiato vita, tradizioni, contraddizioni dei popoli che abitano quelle terre, e ha imparato la lingua dei nomadi. Proprio questa facilità linguistica le ha consentito di raggiungere un alto grado di intimità coi pastori, e di filmare scene di vita quotidiana apparentemente normali ma dense di ansie e aspettative. Partire o non partire? Nel suo film, la Chaud raccoglie frasi sagge, battute ironiche, confessioni. E osa, persino: si concede il lusso di entrare in scena, facendo per qualche istante oscillare dei fiori gialli davanti alla camera.

Con uno dei pastori nasce un rapporto molto confidenziale. A un certo punto lui le dice: “E’ una fortuna che tu parli la nostra lingua, altrimenti saremmo come due montagne che si incontrano, o come due sassi”.

Partire o non partire, quindi? Se fossimo degli irrecuperabili sentimentali, citeremmo ora quell’adagio secondo il quale partire è un po’ morire. Invece lasciamo parlare uno dei protagonisti del film, un pastore che si incammina nella landa desolata, però amata, della sua terra. “C’est terrible de choisir”, confessa alla telecamera. È terribile dover scegliere.

Bellissima la fotografia, che rende i paesaggi in modo vivido ma senza lasciare che schiaccino i personaggi. Il resto lo fa una colonna sonora incalzante e leggera.

Coprodotto da Zed e da Arte il film è uscito nelle sale il 4 aprile scorso. Tra i ventuno film in concorso all’edizione 2012 del Film festival della Lessinia, ha ottenuto il Premio del Curatorium Cimbricum Veronense.

A proposito, come va a finire per i pastori che scelgono di trasferirsi in città? Il film della Chaud lo lascia soltanto intuire. Ma al festival della Lessinia è passata un'altra pellicola, ambientata proprio a Leh, capitale del Ladakh. Non c’entra niente con la vita dei pastori nomadi che hanno deciso di trasferirsi, ma in qualche modo racconta qualcosa che li riguarda. Il film si intitola Out of thin air, e parla della sgangherata industria cinematografica di questa città. Ispirati al modello di Bollywood, intraprendenti quanto improvvisati cineasti locali sfornano film a basso budget che riscuotono un successo strepitoso. Gli attori - ma anche gli operatori, i fotografi, gli sceneggiatori e così via - vengono reclutati tra manovali, tassisti, casalinghe, contadini e persino monaci. Sicuramente tra loro c’è anche qualche (ex) pastore nomade.

Natalino Russo, Roma.


La nuit nomade
Marianne Chaud
90’, Francia, 2011
Sito ufficiale: www.lanuitnomade.com

Out of thin air
Shabani Hassanwalia, Samreen Farooqui
49’, India, 2009


10 ottobre 2011

Francesco Rinaldi


Francesco Rinaldi fotografato da Giulio Bulfoni


Il mio amico Francesco Rinaldi, origini lucane ma naturalizzato campano, si è avvicinato alla fotografia per esigenze archeologiche: doveva documentare i reperti che studiava, e si è attrezzato per farlo. E così, per il gusto di guardare il mondo attraverso una lente, ha fatto dalla fotografia la sua professione. Si è specializzato in reportage e fotografia aerea. Volando a bordo di innumerevoli mezzi, dall'elicottero all'ultraleggero, ha costruito un grande archivio fotografico sui paesaggi e i beni architettonici e storici della Campania. Ha anche collaborato ad alcuni volumi fotografici.

Tra le sue molte attività, vi segnalo un corso di fotografia che terrà a Maddaloni a partire dal 3 novembre, e il lavoro ‘Sacro e profano’, che il 25 novembre sarà ospite di OfCA, Officina Cutillo Architetti, a Caserta in via Cesare Battisti 76.

Fatevi un giro sul sito di Francesco ed esplorate il suo profilo Facebook.




Disco del giorno: Truffe & Other Sturiellett’, di Daniele Sepe.


Natalino Russo, Roma.

17 settembre 2011

Compatte

Faggio, monti del Matese, 2006 (Canon G9)

Fotografo usando macchine reflex fin dai tempi della pellicola, quando tuttavia erano disponibili compatte di qualità. La reflex ha sempre consentito maggior controllo, soprattutto sulla profondità di campo. All'epoca erano disponibili macchine di dimensioni piuttosto ridotte, tra cui le bellissime e solide Nikon FM2 ed FE, l'elettronica e veloce F801s, oppure la minuscola Pentax ME Super o la economica Yashika FX3 Super 2000, che consentiva di usare ottiche Contax.

A quei tempi (solo dieci anni fa!) la differenza la facevano obiettivo e pellicola: in una macchinetta con buone lenti mettevi una buona pellicola e il gioco era fatto. Non era difficile produrre foto eccellenti, adatte alla pubblicazione, anche con fotocamere di piccole dimensioni (ad es. Minox o Rollei) e persino economiche (Yashika T4 Super).

Con il digitale questo non è più vero, o almeno per qualche anno non lo è stato: la pellicola è stata sostituita dal sensore, che non è più cambiabile a piacimento. Siamo quindi costretti a utilizzare accoppiate sensore/obiettivo decise dai produttori. Il sensore è parte del corpo; possiamo cambiare soltanto gli obiettivi. Per stare dietro alle evoluzioni tecniche non basta cambiare obiettivo o pellicola, ma siamo costretti a inseguire i nuovi modelli di fotocamere.
E' un cambiamento di prospettiva totale. E ovviamente in questo nuovo corso i produttori ci sguazzano, sfornano nuovi modelli ogni pochi mesi, spesso aggiungendo o variando pochissimo, e qualche volta addirittura togliendo. Quante volte abbiamo visto modelli più evoluti di quelli precedenti ma magari con qualche pulsante in meno? Chi fotografa per lavoro conosce benissimo l'importanza di un rapido accesso ai controlli (tempi, diaframmi, compensazione EV, blocco AE-L, ISO, compensazione flash, etc). Eppure a volte, nei modelli nuovi, questi controlli vengono ridotti.
In sostanza ogni nuovo lancio sul mercato risponde a logiche di marketing, con la conseguenza che dopo ormai oltre dieci anni di fotocamere digitali non esiste ancora un modello poco ingombrante che sia in grado di soddisfare le esigenze dei professionisti.

Certo, qualche produttore sperimenta vie nuove. Un esempio è la Ricoh GXR, compatta a sistema basata su un corpo fisso sul quale si possono installare diversi obiettivi comprensivi di sensore. In questo modo l'interfaccia della fotocamera resta invariata (corpo principale, controlli, schermo LCD) ed è possibile cambiare obiettivo e sensore. Il rapporto prezzo/qualità non è dei più convenienti, ma si tratta pur sempre di una possibilità interessante.

Dopo un iniziale periodo di assestamento, ormai le reflex digitali consentono di produrre fotografie di qualità eccellente, pari se non superiori a quelle in pellicola. Ma questi apparecchi (e gli obiettivi che richiedono) hanno un ingombro, un peso e un'invasività incompatibili con determinate condizioni di ripresa.
Inoltre il mercato delle reflex di qualità è ormai quasi saturo, e la tecnologia dei sensori per reflex ha ben poco di nuovo da esprimere. Aumentare i megapixel non serve. Aumentare gli ISO fa comodo, ma abbiamo già macchine che producono risultati eccellenti (ad es. Nikon D700 e Canon 5D Mark II).

Viaggi, lunghe camminate, reportage, foto in strada o in montagna sono solo esempi di contesti in cui farebbe comodo poter disporre di macchine piccole e leggere, ma di qualità. Schiena e collo ringrazierebbero.
Leica ha prodotto la M8 e la M9, fotocamere a telemetro che seguono il solco della prestigiosa serie M, ma costano uno sproposito, oltre al fatto che la qualità dei file lascia un tantino a desiderare. O almeno non ripaga dell'investimento.



Che alternative hanno, quindi, professionisti e fotografi evoluti che vogliono lasciare a casa la reflex e utilizzare macchine più portatili?

I produttori si stanno orientando verso un nuovo filone, quello delle macchine compatte senza specchio, le cosiddette mirrorless. Negli ultimi mesi se ne parla molto, soprattutto delle APS-C Sony serie NEX, e delle micro4/3 Olympus Pen e Panasonic Lumix G. Non sono ancora prodotti eccellenti, ma alcuni modelli consentono discreti controlli di ripresa, perciò stanno suscitando una certa curiosità tra i professionisti.
Ne parleremo presto su questo blog.

Restano le cosiddette compatte evolute, che negli ultimi anni, pur restando lontane dalla qualità richiesta nel mondo professionale, stanno facendo interessanti passi avanti. Hanno sensori un po' più grandi rispetto ai francobolli delle compatte amatoriali; utilizzando meno pixel, assicurano maggior qualità soprattutto in condizioni di scarsa luce o ISO elevati; consentono maggiori controlli sui parametri di ripresa.

Tra i modelli al top della categoria ci sono sicuramente la Olympus XZ-1 e la Panasonic Lumix LX5. Le sto usando da qualche mese, anche per lavoro. Nei prossimi giorni posterò un po' di considerazioni, sia di carattere tecnico sia di usabilità a seconda delle condizioni di ripresa.

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Olympus XZ1 in versione nera e bianca.
Panasonic Lumix LX5 in versione nera e argento.
Un po' di libri sulla fotografia digitale.

Di tanto in tanto rinnovo la mia attrezzatura fotografica e metto in vendita del materiale. L'elenco aggiornato è disponibile qui.

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Musica del giorno: Cab Calloway.


Natalino Russo, Labico.

10 settembre 2011

Berlino tre


Sulla S-Bahn tra Südkreuz e Neukölln. Berlino 2011
In questa città comincio a sentirmi a casa. Tuttavia ogni volta che ci torno ho bisogno di un periodo di acclimatazione. Non al luogo in sé, ma a ciò che vi accade. Stamattina ho preso la S-Bahn sul ring, alla stazione di Südkreuz, per andare al mercatino che si tiene tutti i martedì e venerdì in Maybachufer, sulla riva sinistra del Landwehrkanal. Direzione antioraria, quindi, per cambiare a Hermannstrasse e prendere la U8 fino a Schönleinstrasse, praticamente in riva al canale.

In treno c’erano tre ragazze che allestivano set fotografici al volo. Una di loro, magra e alta, indossava una maschera bianca, e assumeva pose a comando. La seconda le scattava fotografie. La terza riprendeva tutto con una videocamera professionale. Lavoravano a qualche progetto artistico o pubblicitario. Alle fermate, gli altri passeggeri entravano e uscivano dal treno, osservavano la scena, sorridevano e passavano oltre. Le tre ragazze continuavano a lavorare indisturbate.

(Mi viene in mente un articolo pubblicato proprio in questi giorni dall’American Civil Liberties Union, ACLU, sui diritti dei fotografi nei luoghi pubblici. Molto istruttivo).

Io, da buon italiano, mi sono messo a guardare. Sicché ho saltato la mia fermata e sono sceso a Neukölln, per poi tornare indietro. Ma a Berlino non è certo un problema: i treni passano ogni pochissimi minuti, e una deviazione come questa non comporta alcun sacrificio. Provateci a Roma…

Mani che danno, mani che ricevono. Türkenmarkt im Maybachufer, Berlino 2011
U-Bahn Schönleinstrasse. Berlino 2011
In questi giorni sto provando un filtro antivento che mi ha spedito la Redhead Windscreens, chiedendomi di provarlo sul mio registratore audio. È rosso, molto carino. Sembra funzionare bene. Appena trovo il tempo faccio una recensione.


Disco del giorno: Live in Berlin di Sting (anche in versione Blu-ray).


Natalino Russo, Berlino.

28 giugno 2011

Speleologia n. 64

Antonio Orsini nel Sifone di Ghiaia (-700), Pozzo della Neve, Matese, Italia
Fresco di stampa il numero 64 di Speleologia, rivista della Società Speleologica Italiana. Segnalo alcuni articoli.

22 maggio 2011

Cave of forgotten dreams

Herzog al lavoro (foto: gentile concessione del Trento Filmfestival)

CAVE OF FORGOTTEN DREAMS
Regia di Werner Herzog
95' - Stati Uniti/Francia, 2010

22 maggio 2008

Gomorra, il film

Ho visto Gomorra, il film di Matteo Garrone tratto dall'omonimo libro di Roberto Saviano. Prima di entrare al cinema ero teso, agitato. Sapevo di andare a vedere un film forte, in cui si sarebbe parlato della mia terra, cui sono legato da radici profonde, una terra che amo e per la quale soffro ogni giorno, spettatore impotente di un martirio. Ero nervoso, impaziente. Avevo letto il libro: un'agghiacciante inchiesta sul sistema camorra. Lo avevo letto e avevo invitato tutti i miei conoscenti a fare altrettanto, sottoponendo anche a loro questo libro, che parla di una cultura, quella camorristica, che pervade la società campana penetrandola a diversi livelli ed espandendosi all'esterno.
Utilizzando un appassionante stile letterario, Saviano si rivolge a chi sa e a chi non sa, racconta un mondo dal dentro, mostrando senza censure linguaggi, sogni, aspirazioni, metodi, destini di chi è legato al sistema camorra. Tuttavia non approfondisce i legami con la politica, con l'imprenditoria, con le sfere decisionali.

Il film è una delle poche trasposizioni in pellicola a non lasciare deluso chi ha precedentemente letto il libro. È forte, toccante, annuncia la sua brutalità fin dalla prima scena. Come e meglio del libro disegna i tratti somatici di un cultura e delle sue aspirazioni, ne tratteggia con sicurezza linguaggi, sogni, metodi, destini. Per questo inchioda alla poltrona e costringe a seguirne i molteplici fili dall'inizio alla fine. È un film lungo, oltre due ore durante le quali si intrecciano diverse storie. Adolescenti allo sbando che sognano di incarnare gli spiriti dannati del cinema americano e si illudono di diventare padroni del mondo impugnando un kalashnikov, viscidi imprenditori che vendono terreni e vite di ignari contadini per seppellirvi rifiuti e veleni, famiglie senza speranza che vivono in ostaggio di un sistema che le mantiene e al tempo stesso le affama, lavoratori inchiodati a un ciclo produttivo disperato. In un flusso continuo e appassionante, la pellicola mostra un mondo parallelo.

Al di là della tecnica utilizzata per girarlo (camera a mano, audio in presa diretta, dialetto e sottotitoli), ogni commento sui contenuti è superfluo: racconta la realtà, e lo fa in un modo talmente fedele da non lasciare scampo. Saviano conosce quel mondo intimamente, e la sua collaborazione alla scrittura del soggetto è evidente in ogni scena.

Alla fine del film scorrono dei titoli, bianco su nero, in cui si dice che la piazza di Scampia è il più grande mercato di droga a cielo aperto al mondo, e che grazie a questi traffici un solo clan può fatturare 500mila euro al giorno. Non si dice, o si lascia solo intendere, che fine fanno quei soldi. Non si dice che la legalizzazione della droga risolverebbe istantaneamente il problema.
In tutto il film si intravedono le case dei boss, i luoghi in cui vivono: sono tuguri fetidi e malridotti. Spuntano qua e là macchine costose e motociclette, ma le case sono penose. Come del resto gli abiti, i modi, il linguaggio dei capi. Questi boss sono rozzi giocatori d'azzardo o cavallari di campagna. In alcune scene si intravedono mostri di cemento, ponti, strade che sembrano stare lì da sempre. Fanno ormai parte del paesaggio, eppure ci sono entrate da pochi decenni.
Nei titoli di coda si legge pure che la camorra ha investito nella ricostruzione dell'area delle Twin Towers di New York, ma la pellicola tace, o lascia solo intendere, qual è il gradino che la camorra sale per accedere alla dimensione imprenditoriale internazionale. Si racconta nei minimi dettagli la vita quotidiana dei boss e delle loro putrescenti corti. Si traccia la linea che, partendo dalle fabbriche del nord, porta i rifiuti a intossicare le campagne del sud. Ma si vedono poche giacche, pochi colletti bianchi, mai una cravatta.
D'accordo, dei processi storici che hanno determinato la nascita e l'evoluzione della mentalità camorristica si è già scritto e visto molto, quindi va bene che in questo film non se ne parli. Del resto non poteva essere un'opera enciclopedica. Ma non si dice nulla, assolutamente nulla, delle scelte politiche che alimentano il perdurare del sistema camorra, offrendogli nicchie da occupare quando non foraggiandolo in modo diretto. Eppure sono attualissime, contemporanee; certe decisioni vengono prese sulle poltrone governative nello stesso momento in cui siamo lì, nel cinema, inchiodati alle nostre piccole poltrone di spettatori.

Uscendo dal cinema, dopo esserci assicurati che non ci sia nessuno a spararci, sospiriamo profondamente, poi cerchiamo lo specchietto di una macchina o la vetrina di un negozio, guardiamo la nostra immagine riflessa e realizziamo con sollievo di essere diversi dai personaggi appena visti sullo schermo: diversi vestiti, diverso linguaggio, altri sogni, forse altro destino. E diversi sono anche tutti quelli che conosciamo, i nostri amici, i nostri colleghi di lavoro. Tutti i campani, napoletani, casertani che conosciamo sono diversi dai campani, napoletani, casertani del film.
Allora se la camorra è fatta di clan e ristagna soltanto in alcuni quartieri, se pervade solo le vite di quelle famiglie disgraziate, se ingabbia solo qualche migliaio di lavoratori, com'è possibile che possa gestire tanti soldi? Se è fatta di bruti semianalfabeti com'è possibile che arrivi a investire all'estero? Se si basa solo sulla barbarie come fa a tenere in scacco uno paese moderno e ricco come il nostro?

2 dicembre 2007

Grotte e rivoluzione

Alle 18.05 di ieri, durante la trasmissione Geo&Geo di Raitre, è andato in onda il documentario "Grotte e Rivoluzione", nato da un'idea di Tullio Bernabei, girato con la collaborazione degli speleologi Fabio Siccardi e Riccardo Dall'Acqua, e patrocinato dalla Società Speleologica Italiana.

Non posseggo un televisore, ma il film lo avevo già visto in altre sedi. E' davvero molto bello e ben fatto. Racconta la vita di un personaggio di nome Antonio Nuñez Jiménez (1923-1998), cardine della vita culturale e politica di Cuba. Oltre ad aver fondato la Sociedad Espeleológica de Cuba (SEC), Nuñez fu tra i primi ad attribuire alla geografia e all'esplorazione (della sua isola come del resto del pianeta) un valore fondamentale per addivenire a una condizione di giustizia sociale e ambientale. Anche per questo, da stretto collaboratore di Fidel Castro, fu tra i promotori e attuatori della revolución, e assunse importanti incarichi governativi. Fu un esploratore e viaggiatore instancabile: scrisse, documentò, fotografò senza sosta.

Lo incontrai nel 1996, durante un mio breve viaggio a Cuba, in visita alla SEC. Mi accolse con grande entusiasmo, mettendomi a disposizione la sede e i mezzi della Fundación de la Naturaleza y el Hombre (oggi a lui intitolata). Lo intervistai e ritrassi in fotografia. Mi raccontò episodi incredibili di una sua recente impresa, la discesa in canoa del Rio Orinoco. Aveva settantatré anni, ma sembrava un ragazzino. Mi mostrò molte foto, alcune delle quali lo ritraevano insieme a Ernesto Rafael Guevara de la Serna, il "Che". Fui percorso da un brivido. Ero a Cuba da qualche giorno, ma soltanto in quel momento realizzai che mi trovavo immerso in un pezzo di storia del Novecento: battaglie, volti e suoni giunti fino a noi solo come illusioni lontane, o come fumosi miti, su quell'isola erano realtà.

Un film sulla vita di Antonio Nuñez Jiménez è un film su Cuba e sul suo popolo. Anche per questo temevo che la Rai, pur avendolo acquistato da tempo, non lo mettesse mai in onda. Invece lo ha trasmesso. E lo hanno guardato 1.981.000 spettatori (dati Auditel).

Che in questo paese stia cambiando qualcosa?

Per informazioni sul film: www.grotterivoluzione.it

30 maggio 2007

Di buon passo

“Non conosco sulla terra gioia più profonda dell’essere in viaggio in paesi lontani”.
(Hermann Hesse)

Ho appena finito di leggere Di buon passo, di Andrea Bocconi (Guanda, 2007), che tra l'altro presento insieme all'autore domani pomeriggio alla libreria del Touring di Roma. Mi ha incuriosito molto, e mi ha acceso diversi interrogativi sul viaggio e sui molteplici sensi che quest’attività assume per me, che sovente vengo definito, non so quanto a proposito, viaggiatore.

L’uomo è per natura viaggiatore. Lo scrive Chatwin, che aggiunge: la durata della stanzialità della nostra specie è una goccia nel mare del tempo trascorso viaggiando. Il progresso geografico è parte integrante nella natura umana; se esso è vincolato dall’impossibilità di spostarsi, l’uomo prova a rifugiarsi nel progresso tecnologico.

In un’epoca come la nostra, segnata dai cosiddetti grandi viaggi, spesso in posti remoti, il dibattito sulle differenze fra turista e viaggiatore appare molto attuale. In realtà la questione si è esaurita da un pezzo: già Hesse sostiene che viaggiare dovrebbe comportare la rinuncia a un programma preordinato a favore del caso, essere cioè strutturazione personale delle nostre inclinazioni. Non prescrive un modo assoluto di viaggiare, non differenzia il viaggiatore dal turista, bensì individua nella disposizione al nuovo l’atteggiamento distintivo del viaggiatore.
Credo sia d’accordo anche l’austriaco Zweig, che raccomanda di conservare un quadratino di avventura in questo mondo troppo ordinato. Del resto le conquiste della vita hanno maggior valore quanto più ci costringono a superare ostacoli. O no? Comunque non sono io a dirlo, ma lo stesso Zweig.

È interessante anche il parallelo etimologico tra viaggio e travaglio: il travaglio conduce al parto, alla nascita; il viaggio porta alla rigenerazione. Non è un caso, infatti, che alla fine dei grandi pellegrinaggi, ad esempio al termine del lungo Cammino di Santiago, i pellegrini abbiano l’abitudine di bruciare i vestiti. Il termine travaglio richiama il latino volgare tripaliare, cioè seviziare mediante il tripalium (strumento di tortura formato da tre pali). Il termine inglese trip (viaggio) deriva dalla radice germanica trippen (da cui trippeln = zampettare), che come l’olandese trappen significa anche incespicare, scivolare, mancare lo scalino. Per inciso, Trippen è anche una marca berlinese di scarpe molto belle, ecologiche e fatte a mano. Infine la parola italiana viaggio rimanda al tardo latino viaticum, che indica le provviste e i mezzi da approntare per un viaggio che si suppone difficile e non privo di sorprese.

Il viaggio come trasformazione e il camminare come atto rivoluzionario. Chi cammina, il vagabondo (in ted. Wanderer), è da sempre ritenuto pericoloso dai poteri forti, che cercano di incanalarlo, di convogliarlo verso percorsi prestabiliti. La famosa scrittrice Rebecca Solnit sostiene che una società come quella americana (pardon, statunitense) è necessariamente ostile verso chi cammina a piedi; un atto come il semplice camminare, spostarsi mettendo un passo dietro l’altro, in un paese che dovrebbe essere la patria delle libertà individuali, è bollato come sovversivo. Ma etichette del genere non sono nuove per i camminatori. In passato, ad esempio, la Chiesa si è sentita minacciata da personaggi come Dolcino e Francesco, clerici viandanti che cercavano la bellezza predicando povertà e uguaglianza, in evidente contrasto col potere della Chiesa. Il vagabondaggio venne proibito, e la pratica dei lunghi pellegrinaggi fu ridotta a brevi escursioni verso mete più vicine: proliferarono viaggi controllabili e meno sovversivi, paragonabili agli attuali viaggi preconfezionati che vengono associati alla pratica del turismo.

In un suo bellissimo saggio, Eric J.Leed sostiene che il viaggiare sia una forza centrale e non periferica nelle trasformazioni storiche. E non è una novità che le forze politiche conservatrici, anche laddove si sono aperte alla circolazione delle merci, non vedano di buon occhio il libero spostamento delle persone.

Il viaggio quindi come contestazione? stacco da tutto ciò che è stanziale? Non proprio. Il nomadismo in contrapposizione con l'architettura è un luogo comune che non regge più, almeno non da quando è chiaro che il menhir nasce dalla cultura nomade. L’atto del camminare modifica i segni dello spazio attraversato; il percorso è la prima azione estetica a penetrare i territori del caos. Per questo è sovversivo, non per il suo contrasto con la regola, ma – paradossalmente – per la ragione opposta. Il viaggiatore è disposto al nuovo, quindi, e agli imprevisti; e al tempo stesso mette ordine. Mettere ordine dentro di sé e nel mondo. Questo, forse, è viaggiare.

Nel suo libro, Andrea Bocconi parte per un viaggio a due passi da casa. Lui non è certo nuovo al viaggio: è stato in Nepal, ha fatto più di una volta il giro del mondo, ha visitato posti lontani. M stavolta decide di partire per un posto cosiddetto vicino. Le ragioni di questa scelta sono illustrate ampiamente nel libro, quindi non sto qui a ripeterle. Dirò solo che si affida ad amici esperti di trekking, acquista un po’ di attrezzature adeguate, e parte. Il resto lo chiede alla sua bussola, alla carta e alla gente che di volta in volta incontra per strada.

Bocconi utilizza il camminare come strumento di indagine dei luoghi e delle persone, e per farlo prende (forse provocatoriamente) luoghi che gli sono molto familiari. Ci ricorda non solo che i lunghi viaggi iniziano da casa, ma pure che possono essere lunghi senza allontanarsi più di tanto. Va infatti in posti a pochi minuti di macchina, o al massimo qualche ora, eppure, nel momento in cui mette piede, si accorge che sono lontanissimi: prati, stradoni di campagna, bar di paese, casette, rifugi, sentieri del CAI.

L’autore-camminatore sembra non voler approfondire luoghi e persone. Traccia un diario del suo viaggio, e fornisce gli elementi perché possa essere poi il lettore ad andare oltre, più in profondità. Racconta un mare di incontri, di dialoghi appena abbozzati, che potrebbero evolvere ma non lo fanno, trascinati via dal fiume dei passi che scorrono. Incrocia sguardi, incontra cani che gli latrano, si sofferma per un paio di battute a parlare con un contadino, con un negoziante, con un prete di campagna. Non approfondisce mai, se non quando si imbatte nei luoghi (cercati) di Francesco d’Assisi. Si lascia ammaliare dal mito di quest’uomo, ne tratteggia i punti salienti, ne disegna persino un’analisi. Probabilmente la sua intenzione è accendere nel lettore la curiosità e la voglia di intraprendere questo viaggio. Tutto il libro è un invito a camminare.

Ogni tanto racconta anche qualche episodio divertente, come quando si accorge di non avere più il telefonino, e va letteralmente nel panico: comincia a fantasticare della possibilità di averlo perso e della derivante impossibilità di essere rintracciato dai suoi, da sua moglie, dai suoi figli. È a pochissimi chilometri da casa, ma il solo fatto di non poterli sentire e di non poter essere da loro chiamato, lo mette in ansia. È divertente il modo in cui Bocconi stesso si osserva dall’esterno e ride di sé.

Questo libro racconta un percorso in tondo, parte da casa e torna a casa. Sperimenta il viaggio come fatica e sofferenza, ma anche la nota massima di Ogden Nash: Felicità non è un punto d’arrivo a cui giungere, ma una maniera di viaggiare.


Andrea Bocconi
Di buon passo
Guanda, Biblioteca della Fenice, 2007
ISBN: 978-88-8246-670-1
pp. 208, € 14,00







Libri consigliati
Franco Ferrarotti. Partire, tornare. Donzelli, 1999.
Francesco Careri. Walkscapes, camminare come pratica estetica. Einaudi.
Eric J.Leed. La mente del viaggiatore, Dall’odissea al turismo globale. Il Mulino, 1991.
Bruce Chatwin. Anatomia dell’irrequietezza. Adelphi, 2002.
Rebecca Solnit. Storia del camminare. Bruno Mondatori, 2000.


Grazie per la consulenza al mio amico linguista Massimo Ferradino.