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24 agosto 2012

Un festival per la ruralità




Bosco Chiesanuova è un piccolo paese della Lessinia, a una mezzora di macchina da Verona. A millecento metri di quota, è il posto giusto dove cercare refrigerio in giorni di caldo torrido. Non che qui faccia proprio fresco, ma almeno si respira aria di montagna. Si scorge da lontano il Corno d’Aquilio (1545 m), limite settentrionale della Valpolicella e contenitore di grandi grotte carsiche come la ben nota Spluga della Preta.

Ma quella che si respira a Bosco in questi giorni non è propriamente aria di cime, e nemmeno di caverne. Qui ogni anno, a fine agosto, approda una montagna speciale, un territorio fatto di ruralità e di vita all’aperto, di uomini e donne che abitano terre lontane, e di registi che raccontano queste storie.

Dal 1995, in questi paraggi si svolge il Film Festival della Lessinia, dedicato appunto alla montagna nell’accezione più ampia del termine.
Vita, storia e tradizioni in montagna, recita il sottotitolo. Del resto i film in concorso quest’anno parlano chiaro: accanto alle storie di montagna - quelle in cui le inquadrature sono occupate da neve, ghiaccio, pareti, profili affilati, fiumi impetuosi - sullo schermo scorrono vite vissute in territori lontani dagli uomini e dalle donne che li abitano.

È la ruralità, più che la montagna, il vero tema di questo festival.

Ne parlo con Alessandro Anderloni, direttore artistico della manifestazione. Lo incontro a un tavolino in Piazza del Festival, davanti al Teatro Vittoria. Intorno a noi c’è un brulicare di persone: registi, sceneggiatori, operatori e pubblico; alcuni sono arrivati qui da lontano, per partecipare a una settimana di proiezioni, dibattiti e seminari.

“Credo che il festival vada trovando gradualmente una sua identità”, dice Alessandro mentre sorseggiamo un mojito. “La parola ‘montagna’ comincia a starci stretta: non rende giustizia all’impostazione di questo festival, che di anno in anno va connotandosi in modo più chiaro”.

Qui infatti approdano storie che narrano di uomini e donne, dei territori rurali che abitano, delle difficoltà e delle contraddizioni di vivere oggi in quei contesti. La televisione, il cinema, le strade, le merci e il mercato si espandono inesorabilmente, penetrano in territori isolati solo fino a qualche anno fa. Li stanno cambiando, li cambieranno per sempre. Il compito del festival di Bosco Chiesanuova forse è proprio questo: dare spazio a chi vuole e sa raccontare questo cambiamento in atto. Il che non ha niente (o poco) a che vedere con la conquista di una cima, con la montagna vissuta come avventura. Per quello esistono già altri festival. Qui si fa un narrare che non punta alla meta ma racconta il viaggio mentre esso si svolge.

“E’ proprio così”, commenta Anderloni. “All’inizio eravamo in conflitto con l’altro festival, quello di Trento, anch’esso dedicato alla montagna. Ma pian piano noi stiamo trovando un’identità diversa, un approccio che ci piace nettamente di più. Credo che il futuro di questo festival sia proprio questo. Forse è giunto il momento che il nome stesso, Festival della Lessinia, diventi autosufficiente, non abbia più bisogno di un sottotitolo esplicativo. Chi viene qui, ormai sa bene che non proponiamo film di montagna nel senso tradizionale. E gli va bene così. Durante queste sere abbiamo proiettato lungometraggi che raccontano storie di pastori, di città, di valli. Sullo sfondo c’è sempre la vita rurale con le sue difficoltà e le sue contraddizioni, e questo al pubblico piace. Registriamo ogni sera il tutto esaurito, e per chi organizza un festival questa è la più grande soddisfazione”.

Questo è un anno strano. L’estate scalda e paralizza la pianura, ma non riesce a intaccare chi, come noi, trascorre questi giorni a mille metri di quota. Certo fa caldo anche qui, ma il bar del festival è un’isola felice. Qui si chiacchiera, si sfogliano libri, ci si scambia foto, racconti, sogni che potrebbero diventare progetti.

Il mojito è quasi finito. Lascio Alessandro ai suoi impegni pomeridiani.


Mentre scrivo queste righe ripenso a uno dei film visti l’altra sera. “Out of Thin Air”, di Samreen Farooqui e Shabani Hassanwalia. Due giovani registe indiane raccontano il Ladakh come nessuno l’ha mai fatto. Nessuna cartolina turistica, nessun linguaggio compiacente o compiaciuto, ma uno sguardo fresco e apparentemente amatoriale per un film che parla di film.
Nella città di Leh è nata un’industria cinematografica che, con risorse quasi nulle, imita le grandi produzioni di Bollywood. Per farlo coinvolge gli abitanti stessi della città, persone che nel quotidiano conducono vite normali: tassiti, falegnami, autisti, insegnati, casalinghe, persino monaci. Con un approccio apparentemente amatoriale, girato cioè con tecniche proprie delle produzioni che intende raccontare, il film offre uno squarcio inedito di un paese bellissimo come il Ladakh, delle sue montagne, delle sue valli e dei fiumi impetuosi che le percorrono.

Si esce dalla sala col sorriso sulle labbra, e con la voglia di vedere altri film che sanno parlare dei luoghi in modo nuovo e fresco.


Natalino Russo, Bosco Chiesanuova (VR, Italy)

29 settembre 2011

Sepe al Maschio

Locanda Atlantide, Roma, 2009

Domani sera il Maschio Angioino di Napoli ospita un gran bel concerto. Daniele Sepe produce da anni autentici capolavori musicali, ha la capacità di mettere insieme musicisti di diverse estrazioni e fare concerti strabilianti. Io non sono un esperto di musica, anzi ci capisco davvero poco. Ma mastico qualcosa di esplorazione. E posso dire che Sepe è decisamente un esploratore accanito del panorama musicale partenopeo, mediterraneo, africano e latinoamericano. Attraversa con curiosità e passione molti generi, li guarda con occhi nuovi, ne traccia disegni inediti, ne ricava una musica personalissima.

Sagace, combattivo e resistente, Daniele si è fatto molti nemici per il disco Fessbuk, Buonanotte al manicomio. Sul suo profilo Facebook ha ammiratori sfegatati e ostili detrattori. Molti lo criticano ferocemente, spesso prendendo a pretesto il linguaggio e l'aspetto formale dei suoi testi. Ma pochi hanno provato ad analizzarne seriamente la sostanza. Certo: Sepe ha posizioni severe e modi un po' bruschi, ma sto ancora aspettando che qualcuno, tra i suoi contestatori, parli di contenuti.


Napoli, Maschio Angioino. Venerdì 30 settembre 2011, ore 21.30. Ci saranno: Doris Lavin (Cuba, voce); Auli Kokko (Svezia, voce); Florin Barbu (Romania, voce e chitarra); Roberto Argentino Lagoa (Argentina, voce, flauti e percussioni); Robertinho Bastos (Brasile, percussioni); Marzouk Mejri (Tunisia, voce e darbuka); Alessandro Tedesco (trombone); Peter Di Girolamo (tastiere); Franco Giacoia (chitarra); Gigi De Rienzo (basso); Daniele Chiantese (batteria) e ovviamente Daniele Sepe ai fiati. Ospiti d'onore Shaone (voce) e la Contrabbanda di Luciano Russo.

Peccato, stavolta, non poterci andare.


Musica del giorno: tutta quella di Daniele Sepe.

Villa Ada, Roma, 2010

Natalino Russo, Roma.

31 agosto 2011

Caserta, Argentina

Mangalavite, Servillo e Girotto. Orbetello, fine agosto 2011
Ieri sera grande concerto del trio Girotto, Servillo, Mangalavite. Fiati, voce e piano, nell'ordine. Orbetello, musica di fine estate. Ora io non sono un amante del calcio. Detesto la caciara e la zuffa commerciale e finanziaria che gira intorno a questo mondo, a livello ormai globale. E, guarda un po', il filo conduttore della serata era proprio il pallone: le grandi partite e i giocatori dell'America del Sud, Napoli, Maradona.

Ma il genio musicale di Javier Edgardo Girotto e Natalio Luis Mangalavite è sufficiente a farmi piacere anche questo. (Tra l'altro, tanto per aggiungere una nota di personale sentimentalismo, Mangalavite si chiama quasi come me e mio fratello messi insieme). E Peppe Servillo è davvero magico. Lo seguo da anni. Lo ascolto in macchina, a casa, in viaggio. Lo ho citato anche nel mio primo libro sul Cammino di Santiago. Non soltanto perché è casertano come me, ma perché ha la lacrima di Pierrot e la drammaticità di De Filippo, la sagoma di Totò che è poi la sagacia di chi la sa lunga, il genio di Napoli e la vita vissuta di Caserta, la musica e la voce e l'anima di una persona che sa vedere e raccontare il mondo. Dentro le sue vene, ne sono sicuro, scorre un sangue speciale.

Rileggo quello che ho scritto e noto che - ohibò - qualche rigo fa, proprio qui sopra, mi sono definito Casertano. Lo confesso: è la prima volta. Solitamente ho rifuggito, dribblato, evitato discretamente questa definizione. Mi sono detto sannita, matesino, caiatino, napoletano, in qualche rara occasione, sforzandomi, ho ammesso di essere volturnino o alto-casertano. Ma mai così: semplicemente Casertano.

Ora è come se avessi ritrovato un'identità perduta, quella dell'infanzia e del tempo passato nella terra che amo. E il piacere di dichiararlo a testa alta, con dignità e fiducia nel futuro. Sembra una sciocchezza, ma per chi è nato in quella terra non è cosa da poco. Lo devo a Peppe Servillo.

Qui libri e musica.


Natalino Russo, Orbetello.

12 agosto 2011

Speleomatese 2011

Materiali stesi ad asciugare nei pressi di Pozzo della Neve, agosto 2004
Comincia anche quest'anno il campo speleo sui monti del Matese. Dieci giorni di esplorazione e condivisione, serate intorno al fuoco, idee e progetti. Abbiamo iniziato quest'avventura nell'estate del 2008, mettendo insieme speleologi di più gruppi, e costruendo poco a poco il Collettivo Speleomatese. Questa montagna conosce storie incredibili, e talvolta le racconta. Dopo un silenzio durato anni, ha ripreso a narrare...


Natalino Russo, Monti del Matese.

30 maggio 2007

Incontro con Andrea Bocconi

Domani (31 maggio) sono stato invitato dall'editore Guanda a presentare a Roma l'ultimo libro di Andrea Bocconi, Di buon passo. E' il racconto di un viaggio che l'autore ha fatto attraverso la Toscana e l'Umbria, partendo a piedi da casa, e tornando a casa. E' una storia apparentemente semplice, come semplice appare la prospettiva di mettere un passo dietro l'altro. L'autore suggerisce di lasciare a casa la fretta e disporsi completamente al nuovo, come del resto suggeriva anche Hesse.
All'incontro parteciperà anche Lucilla Porro.

L'appuntamento è alle 18,30 presso la Libreria del Touring
via del Babuino 20, Roma (invito)